Morto in carcere Giuseppe Barbaro. Ma per le Autorità preposte poteva essere curato!

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Si chiamava Barbaro Giuseppe, 54 anni. Sarebbe dovuto uscire tra un anno circa. Stava scontando una pena temporanea per un reato ostativo. E’ uscito prima. Senza alcun beneficio, però, perché la sua pena non lo consentiva. E’ uscito da morto! Lo hanno trovato ieri sera in cella ed adesso sarà disposta l’autopsia per accertarne le cause. Come se per acquietare le nostre coscienze macchiate bastasse sapere che sia morto per cause naturali e non piuttosto se fosse stato adeguatamente curato.

Aveva serie patologie.

Più volte mi scriveva e sempre, come quando andavo a trovarlo, mi confessava che aveva paura di non poter vedere i suoi 4 figli, sua moglie, i suoi genitori anziani, i suoi familiari. Lamentava di essere scarsamente seguito. Ho ritrovato, tra le tante, una sua lettera del 5 maggio 2015: tra le tante parole di sofferenza, nel suo italiano claudicante, come la stampella a cui si appoggiava, così scriveva “…oggi sto male e credo che continuando così da un momento all’altro posso Morire e non accetto questo fatto… qua non funziona proprio niente fanno Morire le persone….”. Purtroppo ha avuto ragione, ma nessuno ci ha creduto. Si è attesa la prova irreversibile.

Diverse volte ho sollecitato le diverse carceri ed il DAP sulla necessità che venisse seguito e curato. Palmi, Melfi, Rossano, Catanzaro ed infine Vibo. Aveva anche subito dei ricoveri temporanei in ospedale, dal carcere stesso. Avevo presentato un’istanza all’inizio della primavera scorsa chiedendo il differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare. L’unico strumento possibile per chi sta scontando una pena ostativa. Mi è stato risposto alla fine di luglio 2016 in questi termini “considerato che dalla relazione sanitaria aggiornata al 12.7.2016, inviata dalla Casa Circondariale di Vibo Valentia (le cui conclusioni sono integralmente da condividere, in quanto basate sull’esame di numerose e accurate visite ed esami strumentali, dettagliatamente elencate), risulta che il detenuto, affetto da cardiopatia ischemica cronica, ectasia dell’aorta ascendente, displidemia mista, ipertensione arteriosa, emisindrome somato-sensitiva a sx da pregresso ictus cerebrale, lieve ispessimento delle carotidi bilaterale, ernia inguinale sx e lieve varicocele bilaterale, neoformazione mediastino antero-superiore retrosternale (verosimile timo-lipoma), sindrome ansiosa è in trattamento farmacologico secondo le indicazioni specialistiche, con discreto controllo del quadro clinico generale, per la deambulazione utilizza un bastone canadese ed è autonomo negli spostamenti all’interno della cella e dell’istituto, con la conseguenza che non è in condizioni di salute gravi e tali da essere incompatibili con il regime carcerario, sentito il parere del PG; P.Q.M. Rigetta le istanze”.

Lo avevo visto per l’ultima volta a Vibo, il 6 agosto di quest’anno, durante la visita con Rita Bernardini. Stipato assieme agli altri detenuti, ai passeggi. Non ci è stato consentito, come avviene ovunque, di entrarci ed incontrarli. Solo accalcati dalle sbarre. Come le belve feroci destinate ad aumentare la loro belluinità. Anche lì mi manifestava la sua lamentela ribadendomi che non sarebbe uscito vivo da lì. Così è stato.

Ho saputo che a fine settembre era stato tradotto a Torino per partecipare ad un processo e lì aveva trovato, a suo dire, adeguate cure. Al figlio maggiore, al telefono, comunicava la sua paura per il lungo viaggio da affrontare per tornare in Calabria. Non se la sentiva di affrontarlo. Sapeva che se lo avessero riportato giù avrebbe potuto non sopravvivere. Così è stato. Dopo nemmeno 48 ore dall’arrivo lo hanno trovato stecchito.

Adesso, per lo Stato italiano, sarà un numero da statistiche, alla voce, “morti in carcere”. Per me, era un uomo che avrebbe meritato di andare a casa per essere curato e seguito anche dall’affetto dei suoi cari. Un uomo che ha avuto la sventura di essere nato a Platì, comune della Calabria, in una nazione “serva, di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!”.

Siamo nel Bel Paese, lanciato a folle corse verso il cambiamento, verso un Si’ che intende sburocratizzare la nazione ma che non è in grado di decidere senza alcun dubbio che un uomo debba essere curato a casa piuttosto che aspettarne il decesso in una cella lontano dai suoi affetti.

Sono sicuro che alla VI Marcia del 6 novembre la sua anima, senza stampella, sarà con noi. Con noi che dobbiamo lottare perché l’umanità nelle carceri passa anche attraverso la tutela e la salvaguardia del diritto fondamentale alla salute.

Gianpaolo Catanzariti

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